sabato 17 luglio 2010

Bildungspappel

La strada che percorrevo da ragazzino per andare a scuola la chiamavamo "la stradina".
Costeggiava due campi di grano e il campo sportivo ed era annunciata da un enorme pioppo.
Quel pioppo era tanto grande che quando c'era il vento le foglie parlavano autorevoli.
Quel pioppo era tanto grande che per anni ho creduto che il vento stesso fosse generato dalle sue foglie.

Crescere è stato vedere il pioppo abbattuto perché marcio e pericolante.
Crescere è stato prendere atto che il vento continuava a soffiare

lunedì 3 maggio 2010

Nuga del giorno 3

Se fossi nato Wolfe
cosa avrei scritto di questo momento?
Quanto sarebbe durato
libero di spiccare, con il volo,
il giusto fondo di un fosso?

Guardo dentro questi miei deboli
segni di struggimento,
leggo le forze forti.

A discapito di un unico sogno
lungo e odiato e
amato e passato.

Un incubo, dirò,
tanto dolce da far parere
quel Calzerotto Marrone
un modello legittimo.

Una tensione naturale,
un miele di api indisciplinate,
un disporsi di edere selvatiche,
un saltellar di lepri invasate,
un groviglio infinito di idee
strappate a una vita di cose finite e
legate a un universo di ricordi

incorniciati col filo dell'acido
deossiribonucleico.

martedì 30 marzo 2010

senza internet si sta meglio (?)

Della lettera che ricevo, sommamente gradita, in data che non ricordo. L'autore è il caro amico del natale passato.


Guardo i giorni cadere dal calendario. Cadono e scorrono. Scorrono e sfociano. In un mare anonimo. Ieri si confonde con l’altro ieri, esso, a sua volta, si mescola al giorno precedente e così via. Mi sento in uno di quei film in cui il protagonista si sveglia sempre nello stesso giorno, solo il mio fegato martoriato è testimone del tempo che passa. Panta rei, non è possibile entrare nello stesso fiume più di una volta. Caro Eraclito vorrei tanto che tu fossi vivo per potertici affogare io in quello stramaledetto fiume.

Ora invidio molto i fortunati rinchiusi negli ospedali psichiatrici. Manicomi li chiamano. Il sospetto che i matti stiano al di fuori di essi è sempre più forte. Rimanere a contatto con questa realtà è da pazzi. Restare lucidi di fronte a questo degrado è da pazzi. Ribellarsi a tutto questo e farsi chiamare pazzo, matto o suonato è forse l’unica che possa esser considerata ragionevole.
Ripensare a fatti e persone passati è ormai una pratica obbligata quanto fastidiosa. Sia colpa del presente nulla o della mia incapacità di vedere non saprei dire. Sinceramente non mi importa. Il fatto che persiste è che non c’è nulla da guardare, adesso.


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Che ci aggiungo la mia picciola risposta posta a sigillo del di lui giglio, che è il simbolo di un ricordo sordo.


Amico mio caro,

salvo questo tuo foglio digitale e non riesco a guardar altro che quel panta rei che hai giustamente e perfettamente riportato in grassetto.

Accolgo nella consueta media frustrazione questa tua lettera. Serva o non serva di scrivere non è in discussione. Che sono passati tipo quattro giorni da quando ti sei messo davanti al monitor e hai pigiato sui tastini dopo che i neuroncini muovevano i nervetti delle manine e mi hai scritto. Per quanto ne so ora sarai bell’e che guarito dall’umor nero. Temo non sia così. E temo non sia così in virtù del mio consueto ottimismo. Pensavo l’altro giorno alla gran balla del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto.

È una gran balla perché vogliamo sempre esemplificare i discorsi. Per dirla in termini ridondanti vogliamo rendere esemplare un esempio che ci sembri calzi perfettamente in tutte le situazioni. Beh, la storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto non regge proprio. Poniamo che tu sia un bicchiere mezzopienista. E vedi bene e con entusiasmo quel tuo pieno. Pensi a quel tuo pieno di convinzioni, di realtà che accetti, di benefiche sincerità. Ottimo. Ti accorgi e vedi e pensi al mezzo vuoto? Ovviamente no. Il vuoto non ti interessa. Che il vuoto è il contrario di quelle tue convinzioni, di quelle realtà che accetti, di quelle sincerità molto benefiche. E invece un cazzo è tutto falso. Perché un giorno ti svegli e ti vedi come un deficiente, col bicchiere in mano, che è sempre mezzo pieno. Ma è un pieno svuotato di tutti i significati che tu giudichi significanti.

Condizione ancora più misera e biasimevole, quella del bicchiere mezzovuotista. Anelare quel pieno di convinzioni, di realtà che vorresti accettare e di sincerità benefiche, significa proprio negare il senso ontologico e paradossalmente presente dell’assenza. L’assenza ha un suo senso compiuto.

Qui ci attacco quello che in maniera velleitaria chiamerò enjambement. Figura retorica tipica della poesia moderna e anzi più contemporanea, che consiste nello staccare due elementi logicamente legati per creare tensione emotiva. Eccoti un piccolo esempio e spero vorrai scusare il mio salire in cattedra da stomachevole professorino.





Da Ossi di Seppia (Montale)


Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato


Come vedi tra foglia e riarsa c’è uno spazio. Questo forse non ti ha creato tensione. Basta pensarci un attimo per capire che foglia e riarsa però starebbero meglio uniti. Insomma come l’uomo e la donna. Per la precisione, l’uomo, tu, e lei, la donna che desideri.

E però sticazzi non voglio lasciare una poesia incompleta, per cui adesso ti aggiungo anche la parte finale della poesia, che, forse, dà un senso un po’ meno disperante a questo esempio.

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato




Ecco che anche adesso io mi faccio tirar giù in faccende per niente divine da telefonate e problemi tanto belli quanto tutti femminili.

E ho cangiato completamente stato d’animo. Porca puttana.

Non mi ricordo nemmeno perché ti ho citato questa poesia di Montale che, per inciso, trovo essere quanto di più bello il nostro novecento ha prodotto.

Comunque vadano le cose mi ricordo del tuo discorso del fiume. E adesso anche del mi odiscorso del bicchiere, che apparentemente non c’entra niente, se non per il contenuto, magari idrico, del bicchiere stesso e del fiume stesso.

Insomma, mal digerendo qualche lezione zen io penso (che bel verbo IO PENSO, è una dichiarazione tanto ingenua e abusata che ci dimentichiamo dell’importanza dell’atto profondo del considerare, attentamente, questa realtà). Apro seicento parentesi.

Comunque dicevo dello zen. Penso che la condizione migliore –e bada migliore per me, hic et nunc- la condizione migliore del bicchiere è completamente vuota.

Svuotato dalle umane paure, dalle umane contrazioni del tuo animo. Prova a pensare a come saremmo aperti e totalmente nudi e totalmente BUONI senza liquidi preesistenti in quel bicchiere. Pensa come potremmo riempirlo di cose DAVVERO sempre nuove. E nuove non vuol dire per forza nuove nuove nuove. Vuol dire magari forme metamorfiche. Forme che ci ritornano cangiate e mutate, ma in ultima analisi son sempre quelle.

Pensa all’acqua. Okay inquinata, ok ne siamo fatti di circa il 90 e fischia per cento, se mi ricordo qualcosa di scienze.

Pensa a quando giochiamo a palla al cesto, a quanto ci fa piacere riempirci di quell’acqua che abbiamo lasciato sul cemento in riva al naviglio.

Quell’acqua è la stessa che hanno bevuto quei cazzo di lucertoloni pieni di bubboni centinaia di cessi di anni fa. E Cesare e Dante e Hitler per carità e gli ebrei che quella merda nazista perseguitava e poi tutti i neracci che hanno dato del filo da torcere ai re egizi….credo si chiamassero IXOS…o qualcosa del genere, ma mi sbaglio al cento per cento.
Non ho internet a casa che si è rotta la connessione e sono tornato al 1600 in un battito di ali di quell’insetto che è il dio internet. Quindi la biblioteca chiude e io chiudo così. Senza ricontrollare. Senza uno straccio di progetto.

È una vita così, ed è un piacere di condividerla con qualcuno di sensibile, quale io penso (che bel verbo) che tu sia.

Un abbraccio

lunedì 8 febbraio 2010

in a devil's town

I was born in a devil’s town, I didnt know the devil was here, Oh Lord help me please, this is a devil’s town. And all my friends were vampires. They didnt know they were vampires. And it comes out i am a vampire myself. In a devil's town.

di quella bellezza stordente.
io stordito di quella bellezza.

la tua pelle candida,
i tuoi fianchi
tracciati dal compasso casuale
della perfezione naturale
le piccole fossette
che incorniciano le tue smorfie.

ho odorato l'odore di
carne fritta,
chè cuocevano le salamelle,
mentre quei cani abbaiavano
con gli strumenti
e la folla fredda e inospitale
abbaiava di rimando
dopo aver lappato di birra e di schiuma.

in tutto questo
c'eri tu.

e questo quadretto
faceva tanto sorridere
nello stridore degli opposti
che ho capito:
l'unica cosa da fare era scappare.

forse sei veramente inarrivabile
forse veramente
inaccessibile.

forse mi uscirai dalla testa
forse i pensieri migliori
usciranno dalla mia testa.

e allora io sarò
esattamente
come quella folla.

un vampiro in una città di diavoli;

in ultima analisi un
semplice diavolo,
che un vampiro è comunque
lontano dalla grazia.

lontano dalla tua grazia.

devi ricordarti sempre che
quando ti dico
graziosa

intendo proprio

gratia plena.

lunedì 21 dicembre 2009

it took me almost 3 days

adesso vorrei riuscire a dire che il mondo è un chicco di caffè, che è
giusto così, che sto bene ugualmente. la verità è che quando stai male
è giusto che tu stia male. avrò ormai scritto centinaia di volte in
questo mio stato. uno stato di indifferenza, in cui le docce fredde
sono fredde e non ti ci abitui al freddo, semplicemente perchè non hai
il corredo genetico per farlo.

chioso il mio mondo senza la minima voglia di essere disponibile,
senza delegare alla mia maschera la responsabilità di dire si e di
dire di no. Interfacciarsi senza maschera è riuscire ad abbronzarsi, è
riuscire a sfidare il vento, così. Se io potessi dovrei singhiozzare
tanto che renderei tutto umido e scivoloso. ma se devo liberarmi dal
potere e dal dovere, credo che non so come mi comporterei.

sarei così forte nel dolore che aprirei dieci rubinetti affogandomi in
una danza di marciume. salvifico e aziendalista, con il tempo per me e
la fronte senza rughe... o con una ruga sola... il margine dei miei
pensieri... la nebula delle mie preoccupazioni... il fardello del
sapere consapevole... la spinta anarchica e sovversiva... la tenerezza
dell'ingenuità... il sorriso naturale... l'ideologia che mi muove...
la storia che mi sostiene... l'assenza di prospettive... la tristezza
della solitudine... la duplicità, o, per dir meglio, la molteplicità
del mio animo... la frustrazione delle scelte imposte...
l'inadeguatezza delle scelte intraprese...il grande mistero che per
sempre sarà irrisolto.

Volevo scrivere di come capita che fioriscano dei fiori dalle mani di
alcune persone... o per meglio dire dalle dita delle mani di certe
persone. dita mosse su uno strumento. dita che accarezzano o battono e
colpiscono questo strumento. in tutti i suoi mille modi diversi.

Ardire al deserto arido. Orbene orpello orrido.

Salverei giusto un paio di cosette di questi ultimi sei mesi.
Beninteso un pò più di due.
Dopo tutto salverei tutto, che mi sembra davvero che credere a una o
molteplici o nessuna cosa sia sostanzialmente la stessa cosa. E' la
stessa cosa se ti attieni a un patto. Un patto che in letteratura si
chiama patto col lettore, ma che in edilizia si chiama patto con
l'abitatore e in amore si chiama patto con l'amore.

Un alveolo di senso è nel discorso che riguarda la mia bella vita.
Estremo discorso, e l'autoconvincimento deriva dal fatto che non ho
credenze, ma direi che è passato sufficiente tempo da dire che è
meglio così.
Che io ringrazio Dio che mi dà la forza di attraversare la strada
quando a rigore illogico, cioè il mio, non dovrei nemmeno riuscirci.
Di leggere queste cose forse dovrebbe essere compito di un buono
psichiatra che tra cinquanta anni se continuo così sarò io ad
assalire berlusconi. Va da sè che questo futuro è condizionato dal
fatto che forse io non sarò più vivo fra cinquanta anni, mentre
Berlusconi lo sarà sicuramente. E per carità, animaccia nera o santo
bevitore o crapulone e puttaniere o benefattore e io non ho mai capito
veramente.

Tutto questo discorso cui ho sinora lavorato non ha il benchè minimo
senso. Salvo tre concetti che sono concetti neanche miei e
assolutamente assoluti perchè messi nella mia testa da alcune
autorevoli fonti. Gli altri concetti che in misura diversa e
incostante posso in qualche misura definire almeno parzialmente miei,
sono concetti disordinati e privi di interesse per il lettore.

Cosa davvero divertente se pensiamo che proporrò questo testo quasi
certamente all'attenzione di un qualche lettore. E ricordo l'ingenua
vena vanesia del me piccino che fingeva, e lo voglio urlare, già
allora piccola canaglietta, fingeva di celare il proprio
diarietto..sperando che qualcuno diverso da mia mamma arrivasse, in
maniera peraltro molto difficile quando non impossibile, a quelle
pagine.... e da quelle pagine fosse conquistato.

Credo che se oggi il giornalismo potesse esistere
seriamente,....intendo quel giornalismo profondamente
analitico, quello che ti informa e ti forma...quello che tutta questa
scorpacciata digitale ci ha inimicato per sempre....
dicevo se quel giornalismo ruggente....the times fine 19 secolo per
intenderci....o ancora meglio Boston Globe anni20....o ancora meglio Chicago
Tribune anni 30...esistesse ancora...io potrei essere un buon
giornalista. Non dico un ottimo giornalista di opinione, ma almeno un dignitoso
stronzo cui affidare le cronache sportive...ecco quello si.
Sarebbe fantastico e condurrei una vita debosciata quanto piena di
cose da raccontare. Primo problema fumerei quasi certamente, e
aumenterei in maniera inopportuna la già considerevole mole di madonne
che tiro normalmente. Avrei una tosse veramente abbaiante e nessuno ne
capirebbe il motivo, in buona considerazione del fatto che molte delle
nozioni che diamo per iscontato oggi riguardo la scienza
dell'asma...all'epoca non erano affatto conosciute.
Quindi troverei riparo nel vicks vaporub che proprio in quegli anni
doveva essere messo in commercio, e mi avventurerei in spericolate
operazioni di borsa...ma temendo che il pane presto potrebbe venire a
mancare, dapprima mi riempirei la casa di cibi in scatola, funzionali
al mantenimento della sussisteza e della sopravvivenza per almeno un
decennio....e poi mi butterei a capofitto nell'acquisizione di una
casa con un giardino anche miserrimo in cui piantare e coltivare
direttamente.
Bello.

Avrei uno di quei cappelli a falde larghe...mi penso adesso come il
giornalista del Chicago Tribune inviato a seguire tutta la stagione
dei Chicago Cubs in major league....
avrei un bellissimo cappotto cammello e sicuramente le ghette.
Mi terrei sbarbato. Frequenterei quasi certamente i bordelli.
All'epoca per i borghesi molto se non tutto era proprio figo...e non è
vero che oggi c'è crisi di moralità.
All'epoca c'erano molti più individui poveri....molta più gente che
semplicemente per i mezzi di informazione, evidentemente non ancora massificati, non esisteva.
Quindi i ricchi e i medio alto ricchi, con i quali io immodestamente tendo a
riconoscermi, almeno per un fatto di aspirazione, erano i peggio
sporcaccioni e maleducati e infoiati. Credo mi ci sarei trovato bene,
almeno per un pò.

mercoledì 28 ottobre 2009

Iconoclastia


Shakespeare non si studia abbastanza nella nostra provincia di impero.
Farei volentieri a meno di quel suo esser così poco ortodosso nel
parlare degli uomini, non so perchè. Lo trovo lucido e cattivo con gli
uomini...tanto quanto sanno essere lucidi e cattivi gli uomini. Eppure
non è possibile di fare a meno di lui, no proprio no.

Osservavo il distendersi dei periodi inglesi e della traduzione
italiana senza capire, veramente il senso profondo di quello che Willy
c'aveva da dirmi. Eppure la possanza, la prestanza, la potenza della
sua poesia sono giunte ai miei occhi intatte. Alla mia mente, intatta
dal ciarpame di marketing cui è sottoposta, sono arrivate intatte.

La bellezza di una "intelligenza vacua", di una mente che vuol
pascersi di sogni e che è reticente al risveglio, pur con l'affollarsi
di altri più concreti e seri pensieri.

Riflettevo su questo fatto e mi accorgevo che quel che mi dicono
spesso amici, conoscenti e anche parenti, è che io son cresciuto nella
bambagia. E' che se assai spesso non odio davvero, se non riesco a
auguare al mio prossimo altro che un bene disinteressato, non è perchè
io sia buono o più buono d'altri. E' semplicemente perchè la vita non
mi ha tirato troppi calci nel culo. Qualcuno si, che fa anche bene.

Ma questo mio permettermi di star sospeso, questo considerare e voler
riconsiderare diverse e anche opposte posizioni....questo mio
anarchismo evanescente...io posso permettermelo perchè sono solo un
borghese. Borghese nel senso piu classico del termine. E se io sto
male, rapportandomi a questo leviatano di carni e ossa e materia
inorganica comunemente detta merda che è la nostra società è solo per
questa semplice e molto marxista ragione.

Va bene anche così, intendiamoci, ma Barbara, dobbiamo renderci conto
di chi siamo. Di chi sono io e in ultima analisi di chi sei anche tu.
Non è una questione, non solo almeno, economica.
Di dire e di pensare certe cose...citandoti a braccio direi di
"gustare il prelibato frutto della poesia" ci qualifica. Ci fa
riconoscere vicendevolmente. Ci emargina. Io, come te, credo, sono il
frutto della scolarizzazione, del disegno gramsciano -purtroppo a
lunghi tratti dimenticato e oggi completamente straziato- di proporre
la cultura (kultur in accezione etico-teutonica) :) a chi in
precedenza non era proprio concesso di parlar di poesia, di
sovvertire, di conoscere i trucchi, i meccanismi, le falsità che
sorreggono il potere.
E' bene averne coscienza.

In questo senso, io credo, sognare sia vitale.
E bada, non contrappongo questo sognare a quel galleggiare di cui si
parlava in una mail precedente. Vedo tutte queste due cose, anzi, come
due parti del medesimo prodotto. La vita moderna. Forse sia
moderno che contemporaneo non son termine adatti. Meglio dire, forse,
per tentare di spiegarmi, proprio EFFIMERO. Parlo cioè della vita che
dura un giorno. La vita giorno per giorno. Tante vite, quante sono i
giorni.

martedì 20 ottobre 2009

Abhinc unum momentum

Applaudi il gusto disgustato.
Ritrovi le cancrene che ti eri dimenticato e le scopri
accresciute di un nuovo sebo insabbiato e
impastato di misconosciute ragioni per cui
odi e non fai che allarmarti.

Infili il guanto della sfida
e la tua guancia rimane intatta se il rintocco
della campana del morto
rintocca quando nessuno è morto.

E non sai chi sfidare
che il tempo delle sfide è terminato
e forse nemmeno mai iniziato e forse
sfidare non è una soddisfazione
come addormentare una mano sul
grembo di una donna che non esiste e che
solo idealizzi nel trambusto trombone.

Un tronfio trambusto che ti provoca trombosi
sudicia e amminoacida.
Un trambusto intransigente, uno sguardo, tanti sguardi
freddi e tradizionalisti, come una rosa
con tutto a posto.

Petali compresi.

Qualsiasi sia il caso che accade accanto
al caro focolare coccoli il ricordo che,
occorre ricordare, è anche prospettico gioco
di un labirinto che non riesce a rinchiudere.

Lavi le mani sotto il niente di quel rubinetto
incastonato di calcare cattivo,
che se bevi quell'acqua ti rimane
attaccato fiero
alle viscere infere.